Il mondo dello sport è vastissimo e l’impegno e il talento sono valori che non hanno colore, sesso, età, condizione sociale, handicap o qualsiasi altro parametro esterno, sia a livello professionale, sia a livello dilettantistico; per questo, un evento gay friendly è perfettamente in linea con i migliori valori dello sport.
Non ce ne sarebbe bisogno, eppure ancora oggi una realtà associativa o un'azienda deve dichiararsi gay friendly per dire apertamente che “chiunque è il benvenuto” e che non considerano l'orientamento sessuale un marchio o bollino per catalogare le persone, ma solo una libera scelta da rispettare.
Anche se per molti di noi è difficile da accettare, gli stereotipi condizionano anche gli ambienti sportivi; che tu sia un atleta professionista o un dilettante, non tutte le realtà accolgono tra i propri membri gli LGBT, perché non sono conformi ai loro “canoni”. Assurdo, direte voi: anche nello sport, l'attività con il maggiore potere aggregante in assoluto, esiste l'omofobia? Anche per noi è stata una “spiacevole scoperta”, fatta chiacchierando con Claudio Cirri, vice presidente della Revolution Soccer Club, una delle 10 associazioni vincitrici della seconda edizione di Mukki Sport che ci ha portato per mano alla scoperta di un lato (oscuro) dello sport.

Come nasce il Revolution Soccer Club?
A livello associativo, siamo una realtà molto giovane, abbiamo appena 1 anno e mezzo, mentre la squadra da cui siamo nati ha almeno 10 anni. Inizialmente eravamo solo un gruppo di amici che avevano trovato nel calcetto un modo per fare sport insieme.
Da lì siamo cresciuti: siamo stati i primi in Italia ad organizzare un torneo dichiaratamente rivolto a squadre gay e gay friendly e oggi siamo felici di aver dato il La; ora ci sono tornei a Bologna, Torino, Milano, Roma e Napoli. Una cosa normale a livello europeo, in quanto su certi temi sono molto più avanti di noi: siamo stati a Francoforte e Lione per dei tornei ed è stata una bella esperienza anche per aprire la mente e vedere quello che fanno gli altri.
Abbiamo sentito il bisogno di essere più attivi perché abbiamo capito che era importante diventare veicoli di un messaggio: lo sport è divertimento e la squadra ci rende tutti uguali. Così, da semplice gruppo di amici che giocano a calcetto, ci siamo schierati apertamente, indossando la maglia arcobaleno e organizzando molte iniziative per sensibilizzare le persone su questo argomento, perché la squadra deve essere il luogo in cui sentirsi al sicuro e mai giudicato.

Come vi ponete davanti agli stereotipi?
Abbiamo girato un documentario e, durante le riprese, il regista ci ha chiesto di parlare delle nostre storie individuali e così abbiamo ricordato il nostro passato sportivo. Nello spogliatoio, luogo di confidenze e cameratismo per eccellenza, se sei gay vieni automaticamente tagliato fuori dai discorsi. Lo stereotipo nello sport ha un'influenza anche sulla prestanza atletica: gay è visto come sinonimo di debolezza, anche fisica, ma con la nostra squadra vogliamo dimostrare che sono preconcetti infondati.
Il problema è che se ne parla ancora troppo poco: se così non fosse, non sarebbe un problema per un ragazzino dichiarare apertamente di essere gay, soprattutto se a farlo fossero grandi personaggi dello sport. È proprio ad alti livelli che le pressioni esercitate delle dinamiche di marketing e pubblicitarie si fanno sentire in maniera fortissima e ti rendi conto che il sistema condiziona le tue scelte; basti pensare che ancora nessun giocatore di squadre di calcio di serie A ha fatto coming out. In un'epoca di iper-esposizione mediatica, azioni come il coming out di grandi personaggi – ad esempio Tiziano Ferro - aiutano i ragazzini a trovare la forza per farlo a loro volta.

Anche la vittoria a Mukki Sport è stata una “rivoluzione”?
Per vincere Mukki Sport abbiamo mosso mari e monti: era diventata una questione di orgoglio e di gioia portare avanti il nostro messaggio e progetto, al di là del premio in palio.
La vera forza propulsiva anche in questo caso è stato Paolo Nieri, presidente dell'associazione, che è il cuore e il perno attorno a cui ruotano tutte le nostre attività e che ogni anno organizza il torneo con grande entusiasmo.
Abbiamo contattato tutte le persone che potessero darci la mano, che si sono appassionate alla nostra mission e si sono date da fare a loro volta per aiutarci. Personalmente, ho trovato commovente risentire persone dopo anni che non sapevano del mio orientamento sessuale, ma mi hanno aiutato con il cuore. La corsa per la vittoria è stata dura, ma con una grande infusione di energia da parte di tutti è sembrata un po' più leggera...

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