Interviste


Antropologia dello Sport: intervista a Dario Nardini

Qual è la materia di studio dell’Antropologia dello Sport? 

E’ la disciplina che si prefigge di capire perché le persone e i gruppi fanno sport e i modi in cui queste persone producono cultura. Si può fare sport per ragioni meramente chimiche, perché ci fa stare bene o perché attraverso di esso si veicolano valori etici da cui ci sentiamo rappresentati o ancora perché si ritualizza lo scontro tra individui. Si può seguire uno sport per una questione d’appartenenza o come nell’antichità per motivi religiosi. 

Una branca dell’Antropologia piuttosto recente, questo nonostante lo Sport esista da sempre, come mai? 

Innanzitutto per ragioni metodologiche: fino al secolo scorso l’antropologia culturale era finalizzata alla conoscenza delle società lontane. Oggi invece anche l’analisi della nostra società, un tempo appannaggio della sociologia, e le differenze che sempre più si evidenziano nella cultura occidentale, nonostante la globalizzazione, sono entrate a pieno diritto nell’oggetto di studio dell’antropologia. In secondo luogo perché per molto tempo si è compiuto l’errore di ritenere che lo sport avesse a che fare solo con caratteristiche fisiche e dunque non fosse espressione culturale. 

In che modo lo Sport caratterizza una società o una cultura? 

In diversi modi, per esempio lo sport può avere un ruolo nel processo di formazione dell'identità nazionale e delle identità collettive in generale. 

Se dunque esiste una connessione tra sport e identità nazionale e in Italia, com’è noto, lo sport nazionale per eccellenza è il calcio, come questo ci identifica da un punto di vista culturale? 

Intanto non bisogna confondere l’identità con la coesione nazionale. Il calcio per esempio con le sue tifoserie e squadre locali riflette la parcellizzazione della società italiana in città e quartieri, oserei dire anche in "classi" sociali. 

Ma il calcio è lo sport più diffuso al mondo… 

Non è un caso che lo sia, è la teatralizzazione dei valori delle società occidentali: si mette in scena da un lato la competizione per emergere e dall’altro la collaborazione per raggiungere il risultato. La palla è rotonda, con chiaro riferimento all’imprevedibilità, al caso, alla fortuna. Infine crea pathos e quindi immedesimazione. 

Come è cambiata la cultura sportiva dalle Olimpiadi di Olimpia nel 776 a.C. a quelle di Rio 2016? 

Il cambiamento macroscopico si è avuto con l’affermazione dello sport nella sua accezione moderna: quelli che una volta erano i giochi olimpici e si ascrivevano a un sistema religioso-rituale oggi sono gli sport olimpici con regole precise, parametri oggettivi e standardizzati, con spazi e tempi dedicati. 

Il suo ultimo lavoro editoriale è una monografia dedicata all’antica lotta sportiva bretone del Gouren, perché ha scelto questo particolare sport dell’antichità? 

Innanzitutto perché la sua antichità è solo supposta; poi per ragioni personali perché sono un appassionato di judo. In realtà le lotte tradizionali sono diffusissime in molte società ma la presunta antichità conferisce a quella specifica tradizione sportiva particolare prestigio. La Bretagna rivendica un’autonomia culturale rispetto alla Francia, una diversità etnica che viene ricercata nelle radici celtiche e che nell’800 trova una sua supposta legittimazione nella distinzione tra lingua bretone e lingue neolatine. In questo processo che attraverso la distinzione porta alla costruzione di un’identità rientra anche la lotta Gouren. Ad avermi colpito è anche quella che è stata definita l’"eufemizzazione del combattimento": l’assenza di gerarchie tra insegnanti e allievi, non si parla di avversari ma di compagni, né di combattimenti piuttosto di incontri di lotta. 

Come spiega il successo che il calcio storico fiorentino riscuote soprattutto all’estero? 

Il calcio storico è affascinante proprio perché rappresenta un’unicità. C’è poi tutta la suggestione che la simbologia di uno sport da contatto sa esercitare: anche un gesto che in altri contesti sarebbe giudicato violento se ascritto all’interno di una precisa competizione sportiva diventa un gesto tecnico e portatore di valori positivi. Non bisogna poi sottovalutare l’influenza delle discipline MMA (arti marziali miste n.d.r.) d’importazione americana. Si tratta di discipline di combattimento che hanno riscosso da subito un grande successo tanto da essersi diffuse anche all’estero. E molti campioni internazionali si allenano in palestre fiorentine. 

Ci aiuti a dirimere una querelle contemporanea che sul calcio storico vede su fronti opposti i difensori del corpo a corpo e i cultori del gesto atletico del calciante che realizza la caccia.

Credo si tratti, in definitiva, di un falso problema. Ognuno, secondo le proprie preferenze, preferirà sempre un tipo di gioco a un altro, e la bellezza e l’equilibrio di una partita si decide sul campo, in base a fattori che difficilmente potremmo controllare a tavolino. La verità è che il calcio storico si regge proprio su questa sua duplice natura. Il gioco di squadra e lo scontro corpo a corpo sono lo yin e lo yang del calcio fiorentino. Rinunciare a uno dei due aspetti, o anche solo insistere su uno a discapito dell’altro, significherebbe perdere buona parte del fascino che esso esercita su praticanti e spettatori.

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Diana Bacosi: madre, moglie e atleta dalla mira d'oro

Una voce che sembra quella di un'amica che conosci da sempre, una risata schietta che racconta di una ragazza normale con una vita piena e frenetica come può esserlo quella di una madre che lavora. Quando risponde al telefono è alla partita di Basket di suo figlio Mattia. "No non disturbi dimmi pure". Diana Bacosi: 33 anni, madre moglie e atleta, che tra le tante cose è anche medaglia d'oro alle Olimpiadi di Rio nella specialità Skeet del tiro a volo, è l'esempio di una donna contemporanea, una campionessa che ha saputo gettare il cuore oltre l'ostacolo e ha vinto. Nata in Umbria a Città della Pieva, cresciuta in Toscana a Cetona, ora vive nel Lazio a Pomezia. 

Ora che sei medaglia d'oro olimpica ogni regione finirà per contenderti? 

Sebbene in Toscana ci sia una lunga tradizione di tiro per la mia formazione sportiva devo moltissimo all'Umbria. Ho iniziato con la caccia quando avevo 14 anni, Arezzo e Montecatini che vantano le strutture più grandi per il tiro a volo erano troppo lontane e non potevo guidare allora mio padre mi accompagnava ogni settimana al campo da tiro di Terni. Ma io sono sempre stata legatissima alla mia terra, anche adesso appena posso, quasi ogni fine settimana, torno a Cetona. Lì c'è la mia famiglia, i miei amici: quella è casa per me. 

Però il tuo allenatore Andrea Benelli è fiorentinissimo, a lui vorresti dire grazie soprattutto perché? 

Per aver insistito e non essersi mai arreso con me, lui per primo ha visto in me quel talento che io ancora non sapevo come sfruttare. Sapevo di essere brava ma non ci credevo abbastanza. Lui ha lavorato su questo per anni prima ancora che sulla tecnica. 

La medaglia d'oro alle Olimpiadi di Rio era per te un'ambizione reale o non ci pensavi affatto?

Indubbiamente vincere è un sogno per qualunque atleta. E' vero però che nelle settimane precedenti mi sono accorta che sparavo bene, ero tranquilla. Mi sono detta che sarei potuta arrivare tra le prime 6, e che come prima partecipazione olimpica in fondo non era niente male, a quel punto me la sarei giocata confidando anche in un pizzico di fortuna, che si sa nei momenti decisivi aiuta sempre. Poi invece è andata come meglio non poteva andare. 

A chi hai pensato quando hai realizzato che avevi vinto? 

Alla mia famiglia, a mio figlio Mattia. Cosa ti ha detto quando sei tornata a casa con al collo la medaglia d'Oro? Lui era contentissimo, mi ha detto: "Mamma ce l'hai fatta, ma io lo sapevo che vincevi!" 

In cosa consiste la preparazione fisica allo skeet? E che regime alimentare segui giornalmente? 

Facciamo essenzialmente un lavoro cardio e molti esercizi per allenare i riflessi. La preparazione inizia all'inizio dell'inverno e può durare anche durante la stagione agonistica. Non c’è un’alimentazione particolare, è tutto molto personale. Io per esempio in gara non mangio mai carboidrati, altrimenti finisce che mi addormento. 

Ti piace il latte? 

Sì moltissimo, a colazione con i cereali non può mancare insieme a fette biscottate e marmellata rigorosamente di more. 

Cosa sogni per il tuo sport? 

Per il mio come per tutti gli altri sport diversi dal calcio mi piacerebbe che media e giornali si accorgessero che oltre il prato verde c'è tutto un mondo, e un giorno sfogliando il Corriere dello Sport accorgermi con sorpresa che non è più il Corriere del Calcio. 

Soldato e campionessa di skeet che nell'immaginario collettivo è uno sport maschile, l'immagine pubblica di te è quella di una donna tosta. E' così anche nel privato?

Mi definisco una donna forte, spesso anche intransigente. Sì, un soldato anche a casa, però se mi toccano gli affetti, lo ammetto, allora divento molto fragile. 

Poseresti mai per un servizio fotografico di moda? 

Si, perché no!

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Diana Bacosi: madre, moglie e atleta dalla mira d'oro

Filippo Tomasi, il fotografo dello sport

Filippo Tomasi una vita dedicata alla fotografia applicata al gesto tecnico. Immortalare con il suo obbiettivo le atlete e in modo particolare le ragazze della Federazione Ginnastica Italiana lo porta in giro per il mondo tra palazzetti, chili di magnesia e volteggi spettacolari da congelare in uno scatto con la precisione di un fotografo professionista e la poesia di un artista.

Quanto bisogna conoscere lo sport per poterlo fotografare al meglio? 

Tanto. Chiaramente si può fotografare anche senza saperne niente. Quello che si riesce a trasmettere conoscendo lo sport, conoscendo le tempistiche, le caratteristiche intrinseche nei movimenti, nelle azioni di gioco è di sicuro diverso e certamente più interessante.

Qual è lo sport che più di tutti ti piace fotografare? 

Amo principalmente due sport nella mia vita: pallavolo e ginnastica. La pallavolo perché è stata e rimarrà sempre l'amore della mia vita, e nelle palestre ho passato tanti anni. La ginnastica è un interesse diverso. Da qualche anno lavoro per la Federazione Ginnastica Italiana e ho conosciuto tutti i migliori atleti e le migliori atlete. Mi sento "dentro" a questo sport, seguo personalmente alcuni progetti che riguardano le future campionesse. Dal punto di vista fotografico la ginnastica con i suoi 6 attrezzi nella maschile e i 4 nella femminile ti regala momenti unici, diversi, irripetibili ogni secondo di esercizio e la amo proprio per questo.

Nel corso della tua carriera, c'è stato uno sportivo in particolare che ti è rimasto nel cuore? 

Uno sportivo particolare forse no. Sono attratto di più dal gesto tecnico, dal sacrificio, dal Come si è un atleta, rispetto al Chi si è. E da questo punto di vista ne ho incontrati tanti.

Qual è stato l'evento sportivo più emozionante che hai seguito?  

Non ho mai partecipato alle Olimpiadi come fotografo (almeno per ora), ma penso che l'atmosfera dei cinque cerchi sia uno spettacolo memorabile di per sé. Ricordo con affetto un Galà di atletica leggera quando giovanissimo (anni '80) portai a casa delle foto di Mennea. Ma anche i Mondiali di ginnastica artistica dove ho fotografato la pluricampionessa stelle e strisce Simone Biles me li ricordo bene!

Rispetto al fotografo tradizionale quali sono gli attributi che un fotoreporter sportivo deve avere? 

Ormai la fotografia è in mano a tutti noi. Mai il nostro mondo ha visto (nel vero senso della parola) così tante immagini. L'avvento del web, del digitale, degli smartphone ha permesso a tutti noi di fermare il tempo attraverso un "click". Ma tra scattare e fotografare ci sono ancora dei piccoli step che occorre percorrere, regole, esperienze che fanno capire, crescere, imparare. Come per la fotografia applicata alla Natura servono alcune specifiche doti, anche la fotografia sportiva non è alla portata di tutti. E non basta avere la macchina e l'obiettivo top di gamma per portare a casa i risultati "giusti". Esistono delle regole: la foto "giusta" non è una foto qualsiasi anche se in molti forse non ci fanno caso, travolti dalle migliaia di foto “non giuste” che vengono scattate da tutti.

Fare il fotografo di sport, in qualche caso, necessità di vere e proprie abilità sportive. Ti è mai successo di doverti immedesimare nel ruolo dello sportivo, tanto da dover fare una preparazione atletica specifica e, se sì, esiste una "dieta del fotografo dello sport"

Vista la mia corporatura direi che in materia di diete sono l'ultimo della classe! E' vero però che il mio non è un lavoro da divano, bisogna correre dalla mattina alla sera e magari elaborare le foto, consegnarle al cliente, tutto nel minor tempo possibile. Senza contare che già portare con sé l'attrezzatura è una bella palestra!

Il binomio Moda-Sport è uno dei tuoi cavalli di battaglia, è più difficile ritrarre atlete in movimento oppure in posa davanti all'obbiettivo?  

Moda & Sport è un'idea di qualche anno fa. Lavorando spesso con l'universo dello sport femminile ho pensato di ritrarre queste splendide atlete sotto un profilo diverso, fashion, sotto le luci di una sala di posa invece che di un palazzetto. Da lì sono nate anche collaborazioni importanti come alcuni lavori con la squadra della allora Yamamay di  Busto Arsizio (Volley) molto apprezzati dal pubblico e che mi regalarono una intera pagina sulla Gazzetta dello Sport.  Le persone hanno il loro carattere: capita di lavorare con atlete introverse, o al contrario iper espansive, c'è chi si sente a suo agio anche in panni diversi e chi in quel momento vorrebbe quasi andar via. L'obiettivo è tirare fuori il meglio da tutte loro, indistintamente, e di far uscire fuori la loro bellezza a volte semi-nascosta dal duro lavoro di tutti i giorni.  L'atleta in azione sta compiendo un gesto provato e riprovato e il fotografo deve immortalare questo gesto nel migliore dei modi. In Sport & Moda cerco di immortalare quello che sono, e non quel che fanno. E in questo caso non si parla solo di come sistemare una luce o un fondale, ma provare a creare un momento di condivisione, di divertimento, di passione in quel che stiamo facendo.

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Filippo Tomasi, il fotografo dello sport

Andrea Lemmi, salta (in alto) nell'oro

Andrea Lemmi, 32 anni, livornese DOC, in forza alle Fiamme Gialle dal 2003, una laurea in politiche e legislazione dei sistemi logistici, maglia azzurra nella specialità del Salto in Alto. Appassionato della propria terra e in particolare della sua città. Segni particolari: calzettoni amaranto d’ordinanza come il colore della squadra del Livorno. 

Quanto è importante nella tua esperienza sportiva la toscanità e il senso di appartenenza a una determinata storia? 

Sono molto legato a Livorno, la mia città, alla sua storia e alle persone che la vivono. Qui sono cresciuto e mi sono sempre allenato. Credo che il senso di appartenenza sia fondamentale per la vita di tutti giorni, perché permette di avere coscienza di ciò che ci circonda e certamente anche nella vita di uno sportivo: un atleta profondamente legato al territorio in cui si allena ha una motivazione in più. Dopotutto lo sport è una componente importante per la salute e la socialità dei cittadini. 

Ricordi il momento preciso in cui hai capito che il salto in alto era la tua strada? 

Si, facevo già atletica leggera, mi divertivo molto a correre le lunghe distanze, ma la prof. delle medie mi convinse a fare il salto in alto per i Giochi della Gioventù. All’inizio ero molto scettico, ma le belle sensazioni dello stacco e dell'evitare l'asticella mi convinsero a continuare. Già dalla seconda gara quando iniziai a vedere l'asta salire mi innamorai definitivamente. Non sapevo ancora dove mi avrebbe condotto quel “gioco” , ma decisi di seguire l’istinto. 

Sei reduce da un oro al Gran Gala del Salto in Alto, il tuo primato personale è quota 2.26. Dove vuoi arrivare? 

Il Gran Galà di Salto in Alto, svolto a Settembre a Livorno è stato particolare in primis perché dedicato al mio storico allenatore Vittoriano Drovandi, poi perché si svolgeva sulla pedana di casa con tanti amici, miei e di Vittoriano. È stato bello e motivante tentare il record personale di 2,27m. Per quanto riguarda il mio futuro invece continuerò a saltare con l'entusiasmo di sempre, almeno finché il fisico me lo permetterà. 

Cosa ti ha insegnato lo sport e in particolare questo sport? 

A volte uso la massima 'Sport come palestra di vita' perché credo si adatti bene a diverse circostanze: ci unisce agli altri anche quando sono dei rivali, ci stimola a lavorare per raggiungere obiettivi, ci 'allena' alla sconfitta e ci abitua a un corretto stile di vita! La mia specialità, poi, con quell'asticella che sale ogni volta un po’ di più è l'emblema di un ostacolo che al tempo stesso è stimolo, una sfida sempre da affrontare con la serena determinazione di chi lotta e da tutto.

Puntare sempre più in alto. E’ più difficile nello sport o nella vita? 

Nello Sport è sicuramente difficile perché non ci sono limiti assoluti, ma solo quelli personali. A volte possono capitare complicazioni date dagli infortuni o a questioni più psicologiche che si insinuano nel gesto tecnico, quindi il percorso si può fare più irto. Anche nella vita è difficile puntare in alto, ma a volte è bello rinunciare a qualcosa per 'godersi il panorama'! 

In cosa consiste l’allenamento di un saltatore? 

L'allenamento del saltatore è molto vario perché deve sviluppare caratteristiche di forza in palestra, di elasticità lavorando con balzi, rimbalzi e stacchi, capacità ritmiche nella corsa, ma anche percezione del corpo in volo con valicamenti dell'asticella con trampolini ed acrobatica. Ci sono poi da coltivare tutte le questioni che riguardano la gestione del sistema nervoso, quindi esercizi di rilassamento, attivazione e concentrazione. Un bel mix di lavori sempre vario che non ti fa mai venire a noia scendere in campo. 

Chi ammiri dei tuoi colleghi? 

Il salto in alto italiano è in un periodo di grande fermento, abbiamo 3 atleti come Gianmarco Tamberi, Marco Fassinotti e Silvano Chesani tutti con caratteristiche diverse e con un record personale che prima di loro non era riuscito a nessuno in Italia. Il 2,39m di Tamberi poi è una misura che poteva sembrare impensabile fino a pochi anni fa per un Azzurro. Non posso dire di ammirarne uno in particolare, ma apprezzo molto i loro punti di forza specifici. Nella mia carriera però ci sono stati due vecchi compagni di pedana che mi hanno ispirato ed insegnato molto sul campo: sono Giulio e Nicola Ciotti, personale di 2,31m per entrambi e una grande passione e dedizione all'allenamento nonostante il loro carattere canzonatorio. Ho avuto la fortuna di lavorarci insieme per diversi anni alla Scuola Nazionale di Atletica Leggera di Formia e di quello che mi hanno trasmesso non posso che essergliene grato!

Le tue passioni extrasportive? 

Fuori dal campo non ho una passione ben precisa: mi piace approfondire la storia della mia Città e seguire cosa gli succede intorno. Livorno infatti ha una storia tutta particolare grazie alle fiorenti attività portuali che ne fecero uno degli approdi più importanti del Mediterraneo, ma anche grazie al carattere indomito e irriverente dei suoi abitanti frutto del 'miscuglio di razze' delle Leggi Livornine che dettero vita a un fervente periodo risorgimentale. Cose a cui non riesco a rinunciare invece sono il tuffo al mare nella cornice del Romito, poco a Sud di Livorno, la buona tavola e le chiacchiere fino a tardi con gli amici. 

Ti piace il latte? 

Che regimi alimentare deve avere un saltatore? Sono cresciuto in una famiglia in cui tutti hanno sempre bevuto molto latte, e nelle mie colazioni non è mai mancato. La dieta di un saltatore deve essere equilibrata tra carboidrati e proteine e magari propendere verso l'uno o l'altro in base ai lavori che vengono fatti durante la preparazione. In periodo gara invece il saltatore deve cercare di limare il peso, mantenendo però tono muscolare ed energia. Più leggeri siamo, più è facile salire! Personalmente non seguo una dieta particolare, se non quella Mediterranea, che reputo un ottimo compresso tra salute e 'gola'. 

Cosa sogni per te stesso? 

Nei progetti del futuro c'è sicuramente quello di una vita senza frenesie, che come dicevo permetta anche di godersi il panorama; c'è il progetto di coltivare le relazioni con la famiglia e con il mondo intorno in serenità, ed ovviamente c'è il progetto di continuare a vivere il mondo dello Sport come espressione di lealtà, rispetto e fratellanza fra i popoli.

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Andrea Lemmi, salta (in alto) nell'oro

La sportiva più bella d'Italia: Rachele Risaliti, tra sport e impegni da Miss

A settembre, è stata incoronata la più bella d'Italia, una bellezza non solo estetica perché lei, prima di diventare reginetta, è stata una sportiva con i fiocchi, quindi sa bene cosa sia il sacrificio e che, per ottenere grandi risultati, ci vuole un grandissimo impegno.
Rachele Risaliti, classe 1995, è una 21enne pratese tifosissima viola che, nonostante il suo metro e 77 centimetri, aspira a crescere ancora di più, laureandosi e lavorando nel mondo della moda, ma lasciando nel suo cuore uno posto speciale per lo sport, sua grande passione.

Un bilancio di questi due mesi da Miss Italia? Com’è cambiata la tua vita?

Ho vissuto un periodo di corsa, tra emozioni, molto impegno, tanta gioia. Sto vivendo una storia nuova. Che cosa è cambiato? Tutto.

Wikipedia dice di te: modella, insegnate di ginnastica, vincitrice della 77ª edizione del concorso di bellezza Miss Italia 2016. Quale definizione pensi ti appartenga di più?

Attualmente sono e mi sento Miss Italia. Una Miss che nei suoi programmi ha anche lo studio e l'insegnamento della ginnastica alle sue allieve

Per ben 11 anni hai praticato la ginnastica ritmica disputando e vincendo gare importanti; cosa in particolare ti ha insegnato questo sport?

La determinazione, il senso costante della disciplina e del sacrificio. Il desiderio di vivere con la mia squadra le emozioni e i momenti di felicità.

Come hai iniziato?

Tutto è cominciato in seguito ad un consiglio di un'amica di mia madre. Ho praticato ginnastica e poi sono stata selezionata per la ritmica.

L’attrezzo che amavi di più e perché?

La fune è l'attrezzo che mi dava maggiore soddisfazione. Sono stata anche campionessa nazionale Uisp di questa specialità.

Oggi invece insegni ginnastica alle bambine. Che insegnante sei?

Severa nel modo giusto, comprensiva, ma tenendo sempre presente che lo sport è un'attività seria . Il gioco è un'altra cosa.

Ti piace il latte? Che regime alimentare usi per tenerti in forma?

Sì, il latte mi piace perché ne faccio uso fin da bambina. Mio padre ripeteva un motivo, legato a un film, che diceva: "bevete più latte, il latte fa bene, il latte conviene". A parte questo, non seguo alcun regime particolare.

Sei un studentessa del Polimoda di Firenze. Vorresti un giorno fare della Moda il tuo mestiere? Se si quale lavoro hai in mente?

Conto di laurearmi entro due anni e di fare poi un master all'estero. Il mio obiettivo è di diventare "Trend Forecaster", figura specializzata nel mondo della moda che ha il compito di prevedere le tendenze, i comportamenti e i consumi.

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La sportiva più bella d'Italia: Rachele Risaliti, tra sport e impegni da Miss

Nadia Centoni e Martina Guiggi: due giganti toscane alle olimpiadi di Rio 2016

Ci sono due ragazze, toscane d.o.c., che stanno per rappresentare la pallavolo italiana alla XXXI Olimpiade, che si svolgerà a Rio de Janeiro dal 5 al 21 agosto prossimi. Una si chiama Nadia Centoni, ed è una simpatica mora alta “solo” 1,85cm che viene da Barga, in provincia di Lucca; l'altra, Martina Guiggi, è una fascinosa bionda di Pisa alta quasi quanto la torre della sua città: ben 1,88cm!

Scherzi (e centimetri) a parte, sono due delle migliori pallavoliste al mondo e sono pronte a dare lustro alla loro regione – e nazione ovviamente – affrontando al meglio questo importantissimo evento sportivo.

Noi le abbiamo incontrate a qualche giorno dalla partenza per il Brasile: leggete un po' cosa ci hanno raccontato...

Come vi state preparando a questa Olimpiade?

Rappresenteremo l'Italia e la Toscana in occasione dell'evento a cui tutti gli sportivi aspirano a partecipare e per noi è un grande motivo di orgoglio. Siamo molto cariche e non vediamo l'ora di iniziare, visto che proveniamo da 2 settimane di allenamenti intensi... Ci siamo riposate qualche giorno, ma domani - mercoledì 27 - è in programma la partenza per Rio, quindi ci siamo!

Cosa c'è nella vostra valigia per Rio?

Quando si parte per un'Olimpiade la valigia non è la stessa di una gara qualsiasi, perché i nostri outfits sono stabiliti dal comitato olimpico e ne abbiamo davvero tanti, in base alle occasioni d'uso, perché anche nel vestiario dobbiamo rappresentare l'Italia. Abbiamo una divisa per la cerimonia d'apertura, una per gli allenamenti, una per gare e una per il (pochissimo) tempo libero che trascorreremo sempre all'interno del villaggio olimpico. Quello che però non manca mai nella valigia di una pallavolista sono scarpe e ginocchiere.

Come per tutte le donne, anche le sportive sono delle “fanatiche” delle scarpe”?

Ogni atleta ha un suo modello ideale, in base allo sport e alle proprie esigenze fisiche. Noi, in particolare, non badiamo molto ai colori: la scarpa deve essere comoda e funzionale: conta solo questo. All'Olimpiade, poi, nel tempo libero alle nostre scarpe ci pensa sempre il nostro sponsor quindi non dovremo preoccuparcene.

A livello psicologico, quanto è difficile affrontare lo stress dell'Olimpiade?

Il fattore psicologico incide tantissimo. Alcune di noi hanno molta più esperienza in eventi di questa portata, mentre altre no, dal momento che in squadra ci sono tante giovani alla prima esperienza. I nostri allenatori ci consigliano di essere molto concentrate, perché durante l'Olimpiade è come se ogni giorno dovessimo iniziare tutto da capo. Inoltre, avere puntati addosso gli occhi di tutto il mondo, e vivere fianco a fianco con grandi campioni di ogni disciplina sono fattori di distrazione molto forti.

A parte la vittoria, che vi auguriamo, cosa vi aspettate da questa Olimpiade?

Ci aspettiamo di crescere come squadra e gruppo. Disputeremo le partite un giorno sì e uno no e per la nostra squadra è una cosa completamente nuova, quindi sarà un banco di prova importante per la squadra. Il potenziale è molto alto e crediamo che la nostra squadra possa fare grandi cose.

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L'esperto risponde: i consigli del Prof. Galanti

Ci può svelare un elenco di buoni propositi nutrizionali, come un decalogo, facile da seguire?

Possiamo sintetizzare in 10 punti essenziali le regole per una corretta alimentazione che tutti, atleti e non, dovrebbero seguire:

L'alimentazione dovrebbe:
1. essere adeguata alle esigenze dell'atleta;
2. assicurare la corretta idratazione;
3. essere variata nella scelta degli alimenti;
4. essere equilibrata rispetto alle fonti energetiche alimentari;
5. essere facilmente digeribile;
6. prevedere l'abitudine alla prima colazione, assolutamente essenziale;
7. limitata nel consumo di bevande alcoliche, che dovrà essere vietato subito dopo l'allenamento/partita;
8. prevedere uno spuntino al termine dell'allenamento/partita;
9. distribuire i pasti in base all'attività sportiva;
10. essere accompagnata da un corretto stile di vita costituito da buone abitudini alimentari, giusta attività sportiva e corretto recupero.

Quanto è importante il latte nella dieta degli atleti? Fa bene a tutte le età?

Il latte è un alimento completo che fornisce numerose sostanze nutritive e minerali. Rappresenta una buona fonte di carboidrati, proteine ed elettroliti, tutti nutrienti essenziali per facilitare un corretto recupero dalle attività sportive. Sulla base di queste caratteristiche il latte può considerato un alimento importante da inserire in vari momenti della giornata di atleti di tutte le età. 

La colazione costituisce, forse, il pasto più importante della razione alimentare giornaliera. Non deve mai essere “snobbata” né tanto meno, “saltata” e deve costituire la base dell’apporto di energia e di nutrienti. L'allenamento comporta perdite delle scorte di glicogeno e liquidi e modifica la struttura muscolare. Durante la notte, si verificano dei processi ormonali che stimolano la crescita. 

Il latte, in base alla sue caratteristiche nutrizionali, diviene dunque un alimento importante da consigliare in ogni momento della giornata.

Cosa mangiare prima di una gara? Durante? E dopo?

La cosa importante da tenere in considerazione sarà l'orario della prestazione per effettuare un pasto ben bilanciato. In generale, il pasto prima dell'attività, dovrebbe essere composto principalmente da carboidrati, che porta ad un risparmio di glicogeno muscolare ed epatico, moderato di proteine e povero di fibre e grassi per minimizzare disturbi gastrointestinali.

Durante la gara gli unici nutrienti che l'organismo riesce a metabolizzare facilmente in tempi utili, oltre all'acqua, sono i glucidi semplici e i sali minerali, pertanto le somministrazioni saranno unicamente liquide. Durante è possibile consumare, sempre in forma liquida, anche composti a basse concentrazione di glucosio; il fruttosio, pur non stimolando la risposta insulinica, non viene più consigliato perché i tempi della sua completa utilizzazione appaiono molto lunghi.

Il recupero delle perdite che si verificano durante l'attività è particolarmente importante per atleti che hanno gare ravvicinate. Sarebbe opportuno assumere alimenti che contengono sia carboidrati che proteine per consentire il ripristino delle scorte di glicogeno e sostenere la riparazione muscolare. Anche il recupero dei fluidi è indispensabile: per assicurare una corretta reidratazione sono da escludere l'assunzione di bevande alcoliche fino alle 48 h successive.

Come ci si prepara – dal punto di vista nutrizionale – a una gara importante?

Sostanzialmente i principi generali dell'alimentazione del giorno gara sono simili a quelli di tutta la settimana: bisogna arrivare all'evento sportivo, con la migliore idratazione possibile, con il massimo delle riserve energetiche e non avere problemi digestivi.

Ciò che potrebbe influire su qualche scelta è legato sostanzialmente all'orario della gara. In passato le indicazioni nutrizionali erano per lo più finalizzati al giorno della gara mentre oggi, visto che l'impegni agonistici si sviluppano interamente durante l'anno, l'alimentazione di un atleta deve essere programmata in funzione delle variazioni del carico di lavoro giornaliero, settimanale e mensile.

Come distribuire i pasti nella giornata in cui ci si allena?

L'assunzione degli alimenti deve essere correttamente distribuita per garantire costantemente il necessario apporto di energia e nutrienti durante l'arco della giornata. La ripartizione dei pasti sarà dunque condizionata dall'orario dell'allenamento, o partita, e dagli impegni extrasportivi. 

Se l’allenamento è nel tardo pomeriggio il pranzo dovrà apportare una buona quantità di energia continuando con un piccolo spuntino prima e dopo l’attività; diversamente se l’allenamento è previsto nel primo pomeriggio si potrebbe prevedere una merenda più abbondante a scuola ed uno spuntino più sostanzioso al termine dell’esercizio.

Cosa dovrebbe evitare e cosa non dovrebbe mancare nella dieta di uno sportivo?

Generalmente un atleta è considerato un soggetto sano e dovrà seguire le linee guida generali per una sana e corretta alimentazione. 

Per uno sportivo, quindi, è utile variare e mangiare tutti gli alimenti senza particolari restrizioni, considerando comunque un dispendio energetico aumentato rispetto alla media. 

È importante sottolineare che, qualunque atleta aspiri a rendere al massimo delle proprie potenzialità, dovrà imparare ad individuare la giusta quantità, modalità e tempistica di assunzione degli alimenti.

Quanto è importante una corretta alimentazione per chi pratica sport? 

Per un atleta nutrirsi correttamente è essenziale per raggiungere uno stato di forma ottimale: infatti in caso di errori nelle scelte alimentari si può incorrere in alterazioni metaboliche che possono compromettere in maniera negativa non solo la prestazione ma a lungo andare anche lo stato di salute. 

Ancora oggi, seppur nel XXI secolo, è diffusa la convinzione, anche negli ambiti sportivi, che il termine dieta significhi restrizione alimentare; tutt'altro da un punto di vista etimologico, dal latino diaeta, a sua volta dal greco δίαιτα, dìaita, significa stile di vita oppure modo di vivere. 

Una sconcertante convinzione ancora oggi ben radicata nell'ambito dell'alimentazione sportiva è quella di considerare gli atleti come dei malati che vanno nutriti a riso in bianco, fettina di carne ai ferri e verdure lesse per tutti e 12 i mesi dell'anno.

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L'esperto risponde: i consigli del Prof. Galanti

Edoardo Ciolli: intervista al pluricampione mondiale di disco dance

Hai vinto otto titoli mondiali consecutivi nel Solo ai Mondiali di Disco Dance (dal 2006 al 2013). Come ci si sente a essere il numero uno al mondo in questa disciplina?

Sinceramente non ci ho mai pensato; quando gareggiavo, ballavo e mi divertivo, a me bastava questo. Non mi sono mai prefissato di vincere, ma ho sempre e solo ballato per il piacere di farlo; poi i risultati sono sempre bene accetti, ovviamente, soprattutto quando dietro ci sono moltissimi sacrifici.

Toscano d.o.c., i tuoi maestri sono per la maggior parte della tua regione. Per cosa in particolare senti di dover dire loro “grazie”?

I miei maestri per prima cosa mi hanno trasmesso il senso del ritmo della musica, aspetto fondamentale per un ballerino che va insegnato sin da subito, ma che è anche la cosa più difficile da imparare. Voglio però ringraziarli soprattutto per il sostegno che mi hanno dato durante la mia carriera. Quando sei in gara, con la tensione al massimo, può capitare che il tuo corpo non risponda come dovrebbe; in queste situazioni loro mi hanno sempre sostenuto, soprattutto quando ero giù di morale. Mi sento di dire grazie a tutti loro: ognuno, in maniera diversa, mi ha lasciato qualcosa del proprio stile; la mia carriera è frutto delle varie esperienze che ho accumulato negli anni.

Da ballare a insegnare. Com'è stato questo passaggio?

Nel 2014 ho interrotto l'attività agonistica. Quando smette di gareggiare a livello agonistico, il ballerino ha una fase di vuoto per il dispiacere di lasciare la sua disciplina a cui ha dato l'anima e deve iniziare a concentrarsi su nuovi obiettivi. Con l'insegnamento, il ballerino cambia la sua prospettiva e il suo rapporto con il ballo; deve adattarsi a un nuovo modo di lavorare, smettendo di concentrarsi solo su se stesso e iniziando a immedesimarsi nelle capacità fisiche dei propri allievi per valorizzare al meglio le potenzialità di ognuno di loro. Come insegnante mi ritengo soddisfatto; vengo chiamato a insegnare in tutto i mondo: Danimarca, Norvegia, Finlandia, Russia, Bielorussia, Svezia.

E l'approdo a Ballando con le Stelle?

Sono stato ospite a Ballando con le Stelle insieme alla mia partner storica (Sharon Bettarini, n.d.r.) portando in tv la danza Apache. È stata davvero una bellissima esperienza: in tv sembra di entrare in un mondo a parte, in cui tutti si conoscono e ti ritrovi a camminare tra le star che puoi conoscere per quello che sono, senza il filtro della telecamera. Milly Carlucci, poi, è stata un'autentica rivelazione: è proprio come si vede in tv, una persona molto gentile che però riesce sempre a mantenere il suo ruolo di leader; una tipa bella tosta che fa valere la sua opinione perché ha tutte le competenze e l'esperienza per farlo. Una volta mi feci male e pensavo di essermi rotto qualcosa e lei si è messa subito a disposizione per aiutarmi a risolvere il problema; insomma, una vera signora.

I campioni nascono prima di tutto a tavola. Parlaci della tua alimentazione.

Non posso dire di aver mai seguito un vero e proprio regime alimentare, ma semplicemente seguo la nostra dieta mediterranea anche perché con il mio sport brucio moltissime calorie e quindi non ho mai avvertito l'esigenza di modificare le mie abitudini alimentari. Semplicemente non eccedo con nessun cibo in particolare e ho eliminato il sale e lo zucchero dai miei pasti; in questo modo sento il vero sapore degli alimenti.

Il latte viene considerato da moltissimi medici e nutrizionisti un alimento perfetto per chi pratica sport. A te piace?

Senza latte io non potrei assolutamente vivere: ne assumo molto e adoro anche tutti i suoi derivati. È uno degli alimenti principe della mia alimentazione. Non sapevo fosse consigliato per gli sportivi; ora so quindi di aver fatto sempre bene a sceglierlo.

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Edoardo Ciolli: intervista al pluricampione mondiale di disco dance

L'esperto risponde: il contributo della Dr. Laura Mandolesi

Perché praticare sport fa bene al cervello?

Praticare attività fisica in maniera costante scatena una serie di fenomeni chimici nel nostro cervello che lo rendono più reattivo e più funzionante. In un certo senso, è come se lo allenassimo e un cervello allenato funziona meglio.

Quindi chi fa sport è più intelligente?

In termini molto generali, direi che chi pratica sport, così come chi svolge attività con un grande carico cognitivo, o anche come chi ha una vita ricca di impegni, ha più facilità ad utilizzare in maniera efficiente i propri neuroni. Un concetto fondamentale che dobbiamo sempre tener presente è che alla base di ogni nostro comportamento ci sono sempre almeno due neuroni che comunicano tra di loro. Quando noi alleniamo il cervello attraverso l’attività fisica, esercitiamo i nostri collegamenti neuronali, migliorandone l’efficienza. E tutto questo si traduce in una migliore abilità ad apprendere nuove informazioni, ad adattarsi a situazioni nuove o particolari, a ragionare meglio, ecc.
È per questo che è importante, direi anche fondamentale, praticare sport durante il periodo della crescita. Perché attraverso l’attività motoria, sotto forma di gioco, il bambino apprende meglio e prima.

È vero che chi fa sport sviluppa delle particolari forme di apprendimento?

Sicuramente chi pratica attività sportiva apprende meglio perché ha un cervello che funziona molto.
Dobbiamo sapere che se alla base del movimento ci sono importanti processi cognitivi, come la pianificazione dell’azione e la decisione di quando compierla. Quando pratichiamo sport utilizziamo continuamente i circuiti neuronali che mediano questi processi e in un certo senso siamo facilitati a mettere in atto di strategie di apprendimento sempre più adeguate al contesto. Inoltre, molti sportivi per migliorare la loro prestazione, e quindi la loro conoscenza motoria, utilizzano tecniche di immaginazione motoria, cioè pensano il gesto motorio che devono fare senza eseguirlo. Oppure, per acquisire nuove abilità o procedure osservano un’altra persona eseguire il comportamento da apprendere.
Questo tipo di apprendimento si chiama “apprendimento per osservazione” e ha un fondamento scientifico molto importante. Infatti, tutti noi abbiamo in alcune aree del nostro cervello un sistema di neuroni che si attivano sia quando eseguiamo un’azione, sia quando la osserviamo eseguire da un’altra persona. In pratica, il nostro sistema motorio, che io definisco cognitivo-motorio, funziona sia se ci muoviamo, sia se stiamo fermi ma osserviamo qualcun altro muoversi con un’intenzione. È per questo che gli istruttori per riscontrare un apprendimento nei loro allievi devono mostrare loro solo atti motori o azioni (cioè comportamenti motori finalizzati). Mi fa piacere sottolineare che questi neuroni sono stati scoperti da un grande neuroscienziato italiano, Giacomo Rizzolatti che, insieme ai suoi collaboratori, li ha chiamati “neuroni specchio”.

Ma cosa succede all’interno del cervello di una persona che pratica sport?

Avvengono importanti cambiamenti che vanno sotto il nome di fenomeni neuroplastici. Ad esempio, i neuroni assumono una forma più rigogliosa, ricca di più zone che ricevono le informazioni da altre cellule nervose; aumentano i livelli dei fattori neurotrofici, sostanze che sono molto benefiche per il nostro cervello; in alcune aree specifiche si verificano fenomeni di neurogenesi, cioè si formano nuovi neuroni; si riscontra anche una soppressione dei geni che regolano i processi di degenerazione neuronale. Questi insieme ad altri fenomeni di neuroplasticità permettono al nostro cervello di funzionare meglio e di mantenersi giovane e ricettivo.
Sottolineo però che, oltre allo sport, è importante tenersi impegnati cognitivamente, coltivare amicizie, dormire circa otto ore a notte (in un individuo adulto e circa dieci in un bambino in età scolare), seguire una corretta e variata alimentazione, insomma condurre quello che viene comunemente definito uno stile di vita attivo e sano.

Anche il sonno gioca quindi un ruolo fondamentale nello stile di vita dell'individuo. Lo sportivo, in particolare, ha delle esigenze 'particolari'?

Dormire il tempo adeguato è importantissimo per tutti e sicuramente nello stile di vita dello sportivo, specie se professionista, diventa fondamentale.
Diversi studi hanno dimostrato che gli atleti, indipendentemente dalla disciplina, per alcuni mesi prima della gara dovrebbero dormire ben dieci ore a notte. Non so se è una leggenda, ma il mancato primo posto alla Maratona di Torino del 2003 di Ottavio Andriani è stato correlato all’aver trascorso alcune notti in bianco prima della gara. Inoltre, chi dorme poco, non solo è fisiologicamente più vulnerabile, ma lo è anche psicologicamente e questo, durante una gara importante o una prestazione può fare la differenza.
Recentemente, sta emergendo un’evidenza che potrebbe essere di interessante applicazione nell’allenamento sportivo. Infatti, si è visto che in seguito ad un breve sonnellino pomeridiano di circa venti minuti si verificano effetti migliorativi sull’apprendimento di un compito motorio, mentre un riposo prolungato, che induce fasi del sonno più profonde, determinerebbe un risveglio forzato non privo di malessere e malumore.

Si sta diffondendo il concetto che lo sport protegge dall’Alzheimer. Condivide questo pensiero?

Assolutamente sì. Lo sport è uno di quei fattori ambientali che neuroprotegge il nostro cervello, facendoci invecchiare bene e fronteggiando le eventuali malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer. La ricerca scientifica suggerisce che, a parità di danno neurodegenerativo, chi ha praticato sport avrà un declino cognitivo più lieve rispetto a chi ha condotto uno stile di vita sedentario.
Questo però non significa che se pratichiamo attività fisica vivremo con certezza una vecchiaia serena e in salute, perché dobbiamo sempre fare i conti con i fattori genetici che determinano la nostra individualità. In compenso, lo sport assicura una maggiore chance per affrontare tutti quei problemi legati all’invecchiamento.

Che tipo di sport dobbiamo svolgere per garantirci tutti questi benefici?

Per ora la ricerca depone a favore di attività aerobiche di almeno trenta minuti praticate due/tre volte la settimana. Ovviamente, qualsiasi attività fisica va adattata alla persona e svolta sotto un precedente controllo medico.

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L'esperto risponde: il contributo della Dr. Laura Mandolesi

Silvia Privitera, fisioterapista

Quanto ritieni sia importante un buon approccio fisioterapico nello sport?

Oggi, gli atleti sono molto preparati su quello che è la risposta del proprio corpo a stimoli esterni.
Sono loro stessi che cercano il supporto del fisioterapista durante il periodo di preparazione atletica, per il sostegno durante le giornate di competizione sportiva e per un recupero funzionale più veloce nella fase successiva.
La consapevolezza di ciò che sono le prestazioni personali in termini di energia, forza, elasticità, velocità e sicurezza nell'eseguire il movimento durante la partita o la competizione sportiva, rende l'atleta sempre più esigente ed attento.

Qual è la tua esperienza professionale?

In quasi 19 anni di esperienza in ambito sportivo, sia professionistico sia dilettantistico, ho avuto modo di osservare come l'approccio alle terapie e la conoscenza delle differenti tecniche riabilitative e fisioterapiche siano cambiate nel corso del tempo, ed evolute con le esigenze degli sportivi.
In tal senso il mio approccio all'atleta è a 360°. La valutazione fisioterapica tiene conto di diversi aspetti fondamentali. Occorre considerare l'aspetto funzionale, quindi quello muscolo-scheletrico. È importante porre attenzione sull'alimentazione che l'atleta è disposto a seguire nelle fasi pre/durante/post gara. E, inoltre, l'aspetto più prettamente comunicativo. È importante condividere un obiettivo con l'atleta, e questo deve restare sempre ben presente in ogni fase della riabilitazione. Quindi, si valuteranno le fasi successive per raggiungere obiettivo diversi e più alti.

L'aspetto alimentare nello sport è quindi molto importante?

Ritengo fondamentale un corretto e individuale approccio alimentare. Va personalizzato per ogni atleta in base alle diverse discipline, al periodo di preparazione, e anche alle proprie preferenze alimentari, poiché sono importanti da un punto di vista di gratificazione personale. Una dieta alimentare non deve mai rappresentare una rinuncia e/o un sacrificio.
L'alimentazione è la "benzina" energetica che ogni atleta introduce nel proprio corpo per raggiungere un risultato ottimale. Spesso, la cattiva resa, le scarse prestazioni e la stanchezza, anche in sede riabilitativa, derivano da una inadeguata alimentazione.

Che consigli vuoi dare ad uno sportivo?

Riassumerei in quattro punti principali:
a) effettuare periodicamente valutazioni fisioterapiche affidandosi a un professionista di fiducia, con cui instaurare un rapporto di piena cooperazione e collaborazione. Conoscere bene un atleta, permette di ridurre drasticamente i tempi per le valutazione successive e mira ad una più veloce e tempestiva risoluzione di ogni problematica insorta.
b) Effettuare, su indicazione del proprio fisioterapista, sedute di recupero dall'attività funzionale guidata, dall'idrokinesiterapia al Taping al massaggio.
c) Portare a conoscenza del fisioterapista gli eventuali cambiamenti effettuati, anche se possono sembrare non rilevanti, sulle problematiche stomatologiche, come quelle quelle plantari.
d) Fare presente, ad ogni seduta, quali siano le condizioni di idratazione, nutrizione, stanchezza fisica ed energia del paziente. Se non considerati, questi sono tutti elementi che possono influire negativamente sull'approccio riabilitativo.

Sito internet: La Fisio

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Silvia Privitera, fisioterapista

Andrea Martini, fotoreporter sportivo

Quanto bisogna conoscere lo sport per poterlo fotografare al meglio?

Indubbiamente, la conoscenza dello sport che ci apprestiamo a fotografare aiuta molto, ma non è tassativamente indispensabile conoscerne tutte le regole. Però, conoscerle bene, ci permette di essere pronti e cercare di anticipare il gesto atletico per cogliere l’attimo di maggior interesse e rendere uno scatto accattivante e comunicativo.

Qual è lo sport che, più di tutti, ti piace fotografare?

Francamente non c’è uno sport in particolare. Tutto lo sport ha il suo fascino da fotografare. Come in tutti i mestieri, la specializzazione in una disciplina fa sì che, col tempo, tu riesca ad esprimerti al meglio. Adesso fotografo in prevalenza il Rugby a livello nazionale e le Coppe, ma scatto anche per il basket, il volley, i motori e altre discipline, secondo le esigenze dei miei clienti.

Nel corso della tua carriera, c'è stato uno sportivo in particolare che ti è rimasto nel cuore?

Sì, ce ne sono diversi, e per motivi più disparati. Chi per l’umiltà, chi per la disponibilità, ma non uno in particolare. Ma è anche vero che, fotografando prevalentemente sport di squadra, è più difficile avere un singolo atleta preferito.

Qual è stato l'evento sportivo più emozionante che hai seguito?

Sicuramente la prima volta che ho fotografato la Nazionale di Rugby molti anni fa al Flaminio. Essere in prima fila, ad un passo degli atleti, e sentir cantare da tutto il pubblico l’inno italiano, è stata un’emozione che ancor oggi ricordo.

Rispetto al fotografo “tradizionale”, quali sono gli attributi che un fotoreporter sportivo deve avere?

Amare il proprio lavoro, avere spirito di sacrificio e tanta voglia di spostarsi. È un lavoro molto logorante, con i suoi contrattempi negli spostamenti, serve velocità nell’indicizzare e spedire i file pressoché in tempo reale e, per certi sport, si devono sopportare intemperie, pioggia, neve, vento, sole. Ma tutto questo si fa - sì per il guadagno - ma anche perché spinti da una passione e da una soddisfazione che allevia tutti i sacrifici.

Fare il fotografo di sport, in qualche caso, necessità di vere e proprie abilità sportive, come nel caso delle foto di alpinismo o immersione. Ti è mai successo di doverti immedesimare nel ruolo dello sportivo, tanto da dover fare una preparazione atletica specifica e, se sì, esiste una "dieta del fotografo dello sport"?

Francamente no. Gli sport da me fotografati sono sport prevalentemente di squadra, giocati indoor o su campi all’aperto, ma quasi sempre io mi trovo in postazioni più o meno fisse. Quindi, non necessitiamo di nessuna preparazione specifica. Per quanto riguarda la dieta, penso che non esista una dieta specifica per il fotografo, ma solo il buon senso di una alimentazione sana ed equilibrata, seguita da una attività fisica costante come ognuno dovrebbe seguire.

Andrea Martini, fotografo sportivo

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Andrea Martini, fotoreporter sportivo

Genziana Cenni, campionessa di triathlon: ogni giorno, uno sport diverso

Il triathlon sembra una sport difficilissimo; lo è davvero? 

Il triathlon in realtà è l'unione di tre sport semplici, praticabili da tutti: il nuoto, la bici e la corsa. La mia specialità forse richiede delle abilità in più rispetto al triathlon classico perché sono una specialista del cross triathlon, ovvero la bici utilizzata è una mountain-bike e quindi i percorsi sono tutti fuoristrada e richiedono una maggior capacità tecnica.

Come è nata la tua passione? Impone tanti sacrifici? 

Vengo dal podismo, mi sono avvicinata al triathlon per caso, in seguito ad un infortunio. Noi sportivi non riusciamo a stare a riposo quindi, non potendo correre, ho iniziato a pedalare ed è bastato aggiungere il nuoto per avvicinarmi a questo mondo magico del triathlon. Come tutti gli sport praticati ad un certo livello richiede sacrifici ma se ci associ la passione e dei traguardi da raggiungere allenarsi diventa un piacere.

Cosa devi fare per allenarti in tre discipline diverse? 

Io alleno due discipline al giorno. Ovviamente, rispetto ad allenare un solo sport, è necessaria una pianificazione al minuto della giornata.

Qual è il tuo regime alimentare di preparazione? 

Ho una dieta molto varia e, al contrario di molti atleti, non seguo un regime alimentare particolare fatto di proibizioni o sacrifici, ma credo che il nostro corpo abbia bisogno di tutti i macro e micronutrienti che la natura ci offre, come è sempre stato; e, per uno sportivo che sottopone il proprio corpo ad uno stress fisico continuo, credo che siano indispensabili.

Oltre allo sport, hai altre passioni? 

Non ho altre passioni oltre lo sport. Nello sport riesco a trovare tutto ciò che mi fa stare bene.

Cosa diresti a un giovane che voglia provare il triathlon? 

Invito vivamente i bambini ad avvicinarsi al triathlon. Purtroppo da noi è ancora uno sport poco conosciuto, ma già nel nord Italia stanno nascendo scuole di triathlon e molti giovani iniziano a cimentarsi nella multidisciplina. Vuoi mettere poter scegliere se correre o pedalare con gli amici, oppure se piove andare a nuotare in piscina? È come fare ogni giorno uno sport diverso!

Consigli a tutti un bel bicchiere di latte?

Consiglio a tutti di fare una bella colazione abbondante con una bella tazzona di latte accompagnata da dei buoni biscotti e una fetta di crostata.

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Genziana Cenni, campionessa di triathlon: ogni giorno, uno sport diverso

Federica Stufi, capitano della Savino Del Bene Volley

Sei toscana d.o.c.; per rincorrere il tuo sogno, sei partita da Figline e hai girato l'Italia. Ora sei il capitano di una squadra toscana ai massimi livelli. I sacrifici ripagano?

Sì, assolutamente. In questi anni, alla pallavolo ho dato tanto, ma mi ha sempre ripagato con il doppio delle soddisfazioni. Ho dovuto fare molti sacrifici prima di poter giocare nella mia regione, che era il mio sogno; ma l'importate è esserci riuscita. Sono entrata nel progetto Italia, che dura 2 anni; quando ho terminato quell'esperienza ed ero pronta a giocare in serie A, in Toscana non c'erano realtà che facessero al caso mio, per questo mi sono dovuta spostare per giocare, soprattutto al nord.

Cosa c’è di fiorentino nel tuo “modo di vivere lo sport”?

Ogni regione ha delle peculiarità che si esprimono anche nel carattere dei suoi abitanti. In Toscana siamo molto solari e ci piace stare in compagnia. Io sono fiorentina anche nello sport: in campo sono sempre allegra, anche perché sono felice quando gioco a pallavolo.

Sei celiaca. Come sei riuscita a conciliare questa intolleranza con il regime alimentare necessario per il tuo sport?

Sono sempre cresciuta con la falsa concezione che le bambine celiache crescessero meno delle altre, ma io sono la dimostrazione che non è così (Federica è alta 1,85 cm n.d.r.). Quando ho scoperto la mia intolleranza, mi sono inizialmente sentita spaesata, per questo mi sono rivolta a una nutrizionista e a un dietologo sportivo, per capire meglio come comportarmi nella scelta dei cibi giusti. Inizialmente mi sono dovuta far seguire dagli specialisti per far sì che nella mia alimentazione non mancassero i nutrienti fondamentali per affrontare gli impegni sportivi al meglio; ora, invece, per fortuna c'è molta più attenzione alla problematica da parte delle aziende, molte delle quali hanno creato prodotti senza glutine. Dopo questa esperienza, sono sempre più convinta che siamo ciò che mangiamo, quindi l'alimentazione è fondamentale, non solo per chi fa sport.

Ti piace il latte?

Il latte mi piace moltissimo e lo bevo soprattutto la mattina, quando faccio colazione con il mio immancabile cappuccino. Se però le mie compagne di squadra straniere passano a trovarmi nel tardo pomeriggio, bevo volentieri con loro il cappuccino, visto che preferiscono consumarlo a quell'ora. Io, invece, il pomeriggio spesso faccio merenda con i dessert Mukki: li adoro!

Che regime alimentare segui giornalmente? E quando devi prepararti per le gare?

Solitamente consumo pasti molto semplici, tranne durante i pranzi domenicali "di famiglia", che nel mio caso si svolgono di lunedì, visto che di domenica ci sono le partite. Devo sempre mantenere un corretto rapporto tra carboidrati e proteine, con un buon apporto di verdure; io preferisco quelle biologiche, che in Toscana abbondano, soprattutto il cavolo nero - tipicamente toscano - che mi piace tanto. Prima della partita mangio di meno, ma solo per l'emozione e non per scelte dietetiche.

Giochi come centrale. Qual è il tuo tocco preferito?

A me piace molto fare “la fast”, che consiste nello stacco a un solo piede, perché – dato il mio ruolo – mi permette di agire con maggiore velocità. È la tecnica che mi riesce più naturale e che mi diverto di più a fare, anche se devo dire che è molto bello anche murare.

Cosa fa Federica quando non è in palestra?

A me piace molto vedere posti nuovi, e non solo in Toscana. Nel tempo libero, poi, amo incontrare le mie amiche e dedicarmi alla mia bassotta che porto fuori molto volentieri. Inoltre, mi piace suonare la chitarra, anche se non lo faccio benissimo; la sera, invece, leggo. Molto dipende dal momento della giornata in cui mi trovo.

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Federica Stufi, capitano della Savino Del Bene Volley

Il “Signore degli Anelli”, Jury Chechi, si racconta

Sei pratese; qui, a sette anni, sei entrato nella tua prima palestra. La tua prima vittoria è stata al campionato regionale toscano del '77. Inoltre, ci sono molti campioni sportivi toscani. Secondo te nella tua regione c'è una forte cultura dello sport?

Direi di sì, ci sono molti sportivi toscani di talento, sia a livello amatoriale sia a livello agonistico. Inoltre, molti toscani si sono distinti sia nelle gare nazionali, ma anche ai giochi olimpici. La Toscana ha quindi secondo me una notevole cultura dello sport, ma sono convinto che - come in molti settori - si potrebbe comunque fare di più per incentivare l'attività sportiva e far sì che sempre più giovani scelgano di dedicarsi allo sport che preferiscono.

Come ricordi la prima volta che sei salito sugli anelli?

Quando inizi ad allenarti come ginnasta, ogni attrezzo ha le sue peculiarità. Quando ho affrontato per la prima volta gli anelli, ricordo solo una gran fatica e un'estrema difficoltà; inizialmente ti sembra addirittura impossibile. Ma gli anelli erano come tutti gli altri attrezzi: dovevo allenarmi con gli anelli così come con tutti gli altri, quindi con il tempo sono riuscito ad acquisire la tecnica e la forza necessarie ad affrontarli.

Praticare sport aiuta sotto molti aspetti, sia fisici che mentali. Quale “valore aggiunto” credi ti abbia dato la tua carriera sportiva?

Lo sport mi ha insegnato moltissimo, mi ha dato tantissimo. Molte delle cose che mi ha insegnato la mia carriera sportiva le ripropongo nella mia vita di tutti i giorni, anche quella non sportiva. Ci sono delle mie peculiarità che devo proprio all'attività sportiva.

Sport e corretta alimentazione vanno di pari passo. Che regime alimentare seguivi quando ti allenavi? E ora che non gareggi più?

L’alimentazione per un atleta è fondamentale, quando facevo attività sportiva era un aspetto prioritario e molto difficile da gestire al meglio. Quando mi allenavo, dovevo stare attento a non mangiare troppo e ad assumere certe quantità e ad escludere gli alimenti più grassi. Ora che non mi alleno più per le gare, sono attento a seguire un’alimentazione corretta; mentre prima lo facevo per lo sport, ora mi nutro in maniera consapevole per avere una vita migliore.

Sei papà di due ragazzi - Dimitri e Anastasia - loro praticano sport?

Assolutamente sì. Come da copione, però, a loro non importa nulla della ginnastica, ma hanno scelto due sport completamente diversi. Dimitri - il più grande dei due - pratica Judo, uno sport che mi piace molto, mentre Anastasia fa equitazione, anche lei è molto brava e gareggia già da un po'. Credo sia davvero importante che i ragazzi facciano sport, qualunque esso sia.

Ti piace il latte?

È un alimento secondo me fondamentale nella dieta, soprattutto se si segue una dieta proteica. L'ho sempre bevuto molto volentieri, ma negli anni ho dovuto diminuirne il consumo perché lo digerisco a fatica.

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Il “Signore degli Anelli”, Jury Chechi, si racconta

Un tuffo con la nuotatrice Chiara Masini Luccetti

A che età sei entrata in acqua e dove hai fatto le tue prime bracciate? 

Sono entrata in acqua a 6 mesi, ma a 4 anni posso dire di aver dato il via a tutte le varie fasi che mi hanno portato al professionismo. Adesso mi alleno a Livorno, ma resto ancora molto legata alla Esseci Nuoto di Calenzano (sua città natale n.d.r.), che è stato il luogo dei miei esordi, dove ho avuto la mia prima squadra e i miei primi allenatori.


Qual è stata la tua soddisfazione più grande nello sport? E nella vita?

Senza dubbio la vittoria dell'argento ai mondiali del Kazan (nella staffetta 4x200 mt s.l. n.d.r.). Al di fuori dello sport, vorrei tanto frequentare l'università, ma in Italia non ci sono agevolazioni per chi vuole conciliare le due carriere. Con 2 allenamenti al giorno, tutti i giorni, è molto difficile seguire le lezioni, quindi per ora ho deciso di dare spazio solo al nuoto.


I campioni nascono prima di tutto a tavola. 
Parlaci della tua alimentazione.

Seguo una dieta molto varia, senza nessun tipo di divieti, tranne – ovviamente - esagerare. Mangio praticamente di tutto, ma prima dell'allenamento assumo molti carboidrati. Nel corso dell'anno, poi, arricchisco la mia dieta con degli integratori, dato che il nuoto è uno sport molto faticoso. Quindi: una dieta varia ed equilibrata sempre e, ogni tanto, ci concediamo qualche strappo alla regola.

Ti piace il latte?

Mi piace e lo bevo tutte le mattine, sin da quando ero bambina; a colazione non rinuncio mai a una tazza di latte con cereali integrali. Lo bevo da sempre e tutti i dietologi e nutrizionisti me lo consigliano, visto che è un alimento completo.

Dopo l'oro nella staffetta 4x200 s.l. agli Europei di Berlino, hai dichiarato che il tuo prossimo obiettivo sono le olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016. Come ti stai preparando?

Abbiamo iniziato a settembre con la preparazione atletica; prima ancora delle Olimpiadi di Rio, mi aspettano i campionati italiani che sono necessari per qualifiche per le Olimpiadi. Dopo i campionati, la primavera e l'estate saranno dedicate alla preparazione per Rio. Già da qualche anno sono abituata allo stress di sottopormi a 2 allenamenti al giorno, oltre a gareggiare ogni fine settimana. Ovviamente, i momenti di stress più intenso sono legati alle manifestazioni più importanti, come le Olimpiadi.

La famiglia ti segue spesso nel tuo percorso sportivo. Quanto è importante per un atleta l'apporto della famiglia?

È molto importante per uno sportivo avere alla spalle una famiglia che appoggia le tue scelte; mia mamma mi segue in tutte le gare che faccio. Ho sempre messo il nuoto davanti a tutto e i miei genitori mi hanno aiutata a credere in quello che faccio. Prima di entrare nel gruppo sportivo della Forestale e avere la mia indipendenza economica, sono stati loro che mi hanno mantenuta, visto che non non riuscivo a sostenermi solo con lo sport. Li ringrazio per avermi supportata sia dal punto di vista morale sia materiale.

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Un tuffo con la nuotatrice Chiara Masini Luccetti

Intervista al boxeur Leonard Bundu

Come hai cominciato ad appassionarti alla boxe?

Da piccino ero molto vivace e avvertivo l'esigenza di sfogare questa mia energia in uno sport da combattimento. Una volta trasferito a Firenze (Bundu è nato da madre fiorentina e padre sierraleonese n.d.r.), proprio vicino a dove vivevo c'era una palestra di boxe e mi sembrava un'ottima occasione per socializzare; qui sono entrato a 16 anni e non ne sono più uscito.

Quanto ti sei allenato per diventare campione?

Tanto, a volte penso troppo; il rapporto con lo sport è di odio e amore, perché ogni sport a livello agonistico richiede moltissimi sacrifici. Sin da quando ero dilettante ho iniziato e sacrificare la mia vita per entrare nel professionismo. Penso di aver trascorso metà della mia vita in palestra.

Per diventare un campione, serve un’alimentazione controllata. Tu cosa fai?

La parte nutrizionale è molto importante, soprattutto per soggetti come me che tendono a ingrassare. Non essendo molto alto, devo stare sempre attento al mio peso per poter rientrare nella mia categoria; quindi conduco una lotta costante con la bilancia. Proprio per questo motivo ho voluto approfondire la mia conoscenza dell'alimentazione. A ridosso di una gara incremento l'apporto di proteine con la dieta, mentre nei periodi di allenamento normale ho un'alimentazione bilanciata e molto varia. Subito dopo il combattimento, poi, sfogo con il cibo e mi concedo qualche strappo alla regola, ma dopo un po' rientro in riga. Dato che mi piace cucinare, anche quando sono a dieta preparo molto volentieri i pasti per gli altri: è una cosa che mi dà molta soddisfazione.

E cosa consigli ai giovani?

Quando ho iniziato, ero un ragazzo insicuro, ma la palestra mi ha aiutato molto; il pugilato per me è stata una scuola di vita, perché lo sport ti dà molte soddisfazioni, per questo consiglio ai giovani di dedicarsi a uno sport, perché ti dà una disciplina che ti aiuta molto nella vita. Inoltre, aiuta a incrementare il senso di appartenenza: il tuo maestro diventa un padre che ti segue dentro e fuori dal ring. Rispetto all'alimentazione, consiglio ai ragazzi di non eccedere con il cibo spazzatura che fa molto male. Lo sport e l'alimentazione vanno a braccetto: se mangi bene ti senti più energico e rendi di più; ogni tanto va bene concedersi qualche strappo, ma i cibi molto raffinati sono la causa di tante malattie. Quindi per stare bene basta mangiare cibo sano e buono e fare sport.

Cosa c’è di fiorentino nel tuo “modo di vivere lo sport”?

Grazie allo sport, ho sentito molto l'accoglienza di Firenze; lo sport è per me un mezzo per dimostrare che in me e nella mia gente c'è del buono. Lo sport è per me un modo per ripagare con i miei risultati l'affetto dei fiorentini; quando sono a Firenze mi sento a casa.

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Intervista al boxeur Leonard Bundu

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